Diario di scuola (III)

 

Alessandra Avanzini

 

 

 

Ama il tuo sogno

Ogni inferiore amore

Disprezzando

E.Pound

 

 

Tra ragione e desiderio

 

La scuola è, per certi aspetti, un mondo a parte, per altri, semplicemente vita. Già questa sua anima duplice dovrebbe spingere chi la deve frequentare, ogni suo attore, a viverla come occasione di riflessione, perché è questo che ci costringe a fare: pensare.

La scuola, come suo obiettivo primario, ha proprio quello di offrire una sorta di limite ideale verso cui tendere e nessuno di noi può esimersi dal farlo. È una meta che pone ogni nostro gesto al di sopra della quotidianità offrendole quella natura magica, per certi aspetti quasi sacra, che la contraddistingue. Perché dentro le mura, troppo spesso sconnesse, di un edificio scolastico si costruisce quel mondo ideale che poi, là fuori, nella vita oltre e dopo la scuola, rimarrà a segnare quel sentiero che i ragazzi, talvolta anche inconsapevolmente, inizieranno a seguire. Tanto più ideale e magico saprà essere il sogno, tanto più felice sarà quel viaggio.

È forse questo ciò che amo di più della scuola, che mi permetta di inseguire il mio sogno, ponendolo legittimamente come meta auspicata, senza che nessuno possa oppormi la deprimente obiezione di guardare in faccia la realtà.

Perché questo viaggio possa iniziare però è necessario che anche i ragazzi siano pian piano portati a guardare un po’ più in alto della loro quotidianità. Il sapere ovviamente è il mezzo per riuscirvi, mai deve essere l’obiettivo, la meta del viaggio, per così dire. Può sembrare un pensiero strambo e paradossale eppure è proprio così, non si va a scuola per imparare e infarcire la mente di nozioni; si usano le nozioni per far esplodere la mente e permetterle di vedere nuovi orizzonti.

Primo obiettivo dunque è elaborare e offrire quegli strumenti di pensiero che permettano, ai ragazzi e a noi, di costruire un mondo-in-comune, meta condivisa, nostra e loro insieme, vicina eppure sempre ostinatamente lontana.

Il mondo-in-comune è un’idea stravagante, non è tangibile, non si può afferrare; esiste solo a patto che ognuno si impegni ad immaginarlo. E a condividerne il sogno, per non rischiare di essere schegge impazzite perdute ognuna nel proprio orizzonte.

Prima di condividerlo, però, è necessario imparare a crearne il sogno e l’immagine dentro di noi. Come? Potenziando ciò che la scuola da sempre ci insegna: la capacità di astrazione.

Quando un bambino apprende il linguaggio, nei primissimi mesi di vita, fa uno sforzo di astrazione che forse poi non farà più per il resto della sua vita… impara a capire chi ha intorno, la sua gestualità, le sue parole, quel mondo emotivo e comunicativo che gli permetterà di sentire la propria stessa esistenza e poi pian piano anche di pensarla. Questa grandiosa abilità viene poi smorzata perché nel mondo intorno egli si sente costantemente ripetere che ciò che è vero è solo il dato di fatto, la realtà che ‘tocchi con mano’.

Ma se fosse veramente questa la nostra possibilità, quale chance avrebbe avuto il bambino di uscire da uno stadio di totale isolamento rispetto al mondo?

Appena venuto al mondo, egli ha dovuto prima di tutto imparare a immaginare, accettando tutto ciò che sarebbe dovuto sembrare a prima vista impossibile… volti che appaiono, scompaiono e poi magicamente ricompaiono, suoni che nuotano indistinti intorno a lui e che pian piano si compongono in un amalgama bello da sentire, ritmico, e sempre di più anche comprensibile, associabile a qualcosa di familiare, di noto, qualcosa che può spiegare, e soprattutto può far stare bene.

Conoscere in questa prospettiva significa, di fatto, esistere. Questa connessione è quella che va insegnata anche nella scuola, e mantenuta poi nella vita.

Conoscere non è un ‘in più’, ma è ciò che ti struttura e ti permette di capire chi sei, cosa desideri davvero, magari anche come aspirare a ciò che desideri. Anche se, in effetti, quest’ultimo punto entra in fortissima collisione con la realtà, nelle sue spinte contraddittorie e contrastanti, e non è detto che al desiderio corrisponda una sua soddisfazione.

Sicuramente è una domanda che spesso ci si pone, se la conoscenza possa comportare anche un’eventuale felicità, o se, al contrario, ne sia una forma di ostacolo, di inibizione. Laddove riflettiamo, tendiamo anche ad allontanare con la ragione ciò che il desiderio vorrebbe inseguire. Laddove riflettiamo, iniziamo a guardare in faccia il dolore e a sentirlo fino in fondo: la profondità della visione ostacola la realizzazione del sogno. Ma se non sapessimo guardare a fondo, non sapremmo nemmeno creare il sogno. E in larga misura è proprio il sogno che crea, nelle sue vie comunque contorte, la nostra vita. La speranza è che sappia trovare in noi la strada per congiungere, oltre la superficialità di uno sguardo vuoto, nelle profondità della riflessione, ragione e desiderio.

 

And your strength is devastating in the face of all these odds

Remember how I kept you waiting when it was my turn to be the God?

  1. Springsteen, For you

 

 

Il valore oltre le regole

 

Prima di procedere, devo fare emergere un enorme ostacolo a questa possibilità, che è oggi purtroppo connaturato con il nostro sistema scolastico.

La scuola per prima, infatti, per come è pensato attualmente il sistema valutativo, sposta l’obiettivo dal viaggio di conoscenza alla quantificazione dei contenuti appresi. Non si spinge ad aprire la mente, ma ad ubbidire alle regole. È complicato e noioso da spiegare ma devo partire proprio di lì, dalle regole assurde che un didatticismo arido, senza sostanza pedagogica e ideale, sta imponendo al nostro attuale sistema scolastico.

Uno dei punti cruciali, negativo, che tanta ansia crea nei ragazzi (e spesso irrigidimento nei docenti) è il sistema dei crediti. Come se non fossero bastati i vecchi, impossibili voti, numeri vuoti di valore, adesso a questi si affiancano altri numeri ancora, che si chiamano appunto crediti, e che appaiono nelle pagelle dalla terza superiore fino alla maturità: con questi numeri aggiunti il povero studente costruisce, mettendone uno sull’altro, anno dopo anno, il voto dell’esame di maturità. Non sono concessi errori.

Se a 16 anni eri un ragazzino immaturo e sventato, che però a 17 ritrova una grande passione, sincera e bella per lo studio, non hai possibilità: puoi migliorare, certo, ma il tuo voto ne porterà traccia, perché il primo mattoncino non sarà certamente stato perfetto. Per avere la lode, la perfezione è necessaria in ogni anno scolastico. Se poi per caso incontri un docente con una testolina non proprio brillante, che per qualche motivo decide di farti la guerra, le tue giuste ambizioni di studente vengono subito spente. Basta un anno con un docente ostile e per il ragazzo è finita. La lode è mangiata. Può aspirare al cento, se raggiunge il numero di mattoncini sufficienti, contando sull’ausilio del bonus (5 crediti che possono venir regalati alla maturità a determinate condizioni).

Non voglio entrare nel dettaglio e spiegare questa vera e propria follia; quello che mi preme sottolineare è che per i ragazzi, che arrivano in terza superiore, normalmente questa modalità crea ansia. Ai più bravi, perché vorrebbero veder riconosciute le proprie ambizioni, solitamente viene rinfacciato un interesse malsano per il voto; e quindi in loro l‘agitazione cresce e i risultati scolastici ne risentono.

Ne traggono, invece, spesso beneficio i mediocri o coloro che non danno particolare valore allo studio o ancora coloro che non hanno compreso che lo studio è un viaggio personale, non un percorso stabilito da altri; tra stratagemmi vari, assecondando il sistema e il conformismo e un certo piacere di alcuni docenti ad essere adulati, questi riescono addirittura a brillare.

Mi rendo perfettamente conto di questa sorta di trappola psicologica, e cerco di capire cosa fare, come uscirne. Vedo questa trappola riflessa nello sguardo agitato di studenti e genitori, e purtroppo anche nell’ostinata chiusura di tanti docenti, decisi a rivendicare il diritto di valutare serenamente e oggettivamente. Ecco, questo per come la vedo non è possibile.

Valutare, specie in condizioni come queste, è del tutto impossibile. Ci si può più o meno avvicinare a capire chi è il ragazzo che abbiamo di fronte, ma dire che riusciremo a valutarlo, serenamente e oggettivamente, questo no.

Nei consigli di classe sento massime che sembrano uscite dai biscottini – i ragazzi più maturi se ne devono infischiare, accettare la sconfitta, guardare oltre i voti. Oppure – così imparano ad affrontare gli ostacoli nella vita.

 

Ma, mi chiedo, perché dobbiamo chiedere loro uno sforzo che noi adulti non siamo capaci di fare? Perché devono rimediare loro all’errore del sistema valutativo?

Queste affermazioni, retoriche e irresponsabili, mi irritano, moltissimo.

Il conformismo è entrato strutturalmente anche nel sistema di valutazione. Mi rendo conto invece che spesso chi è davvero grande, e ha una testa sua, capace di pensare, sognare il mondo in mille sfaccettature differenti, vivere il sapere con originalità e intensità, è fuori dal gioco. Gettato nella massa informe dei 7 o degli 8. Ma non per colpa sua, per colpa di docenti che non sanno comprenderlo.

E non è nemmeno del tutto colpa loro. Presi nella trappola di aver trovato l’oggettività della valutazione, anche tanti docenti non hanno sufficiente autonomia di pensiero per capire che la strada va cambiata, anche se l’autorità impone quella direzione.

Invece di norma ci si adagia sull’idea che basta applicare le regole. Il gioco è fatto; non è colpa nostra. È lui che non è stato sufficientemente bravo.

Decido che per me valutare significa ‘dare valore’ ad ognuno dei ragazzi che incontro nel mio percorso e, dalla terza in poi, significa anche trovare il modo per spezzare il circolo vizioso di questa assurda ansia imposta dall’alto. Un ostacolo allo studio, un ostacolo, immenso, a qualsiasi mia ambizione di costruire un mondo ideale, un mondo in comune. Un ostacolo a un concetto bellissimo, che la scuola deve insegnare, quello di gratuità, quello di una conoscenza inseguita e amata solo per se stessa, per il semplice piacere di perdersi in essa. Non spetta ai ragazzi porre rimedio ad una norma ingiusta, che loro al massimo possono solo subire, spetta a noi docenti; le carte in mano ce le abbiamo tutte.

 

“‘Caro Santa Claus, come ti è andata?’

Mi sento imbecille a scrivere a uno che non esiste.

D’altra parte, se lui esiste e non gli scrivo, mi sentirei ancora più imbecille”.

Sally dei Peanuts (in Sento dei passi Charlie Brown!)

 

 

Oltre i limiti della routine scolastica

 

Dopo l’esperienza del film con i miei aspiranti artisti, il mio destino scolastico si incaglia in una scuola media inferiore; questo almeno è come sento questa scelta obbligata nelle prime settimane di scuola; un inciampo, un lavoro che non voglio. Poco per volta però le cose cambiano e i piccoli alieni che ho davanti, come li chiamo all’inizio, saranno una bellissima sfida dal punto di vista educativo, ma anche, in un magico gioco di scambio, un incredibile e maturo sostegno emotivo, in un anno per me particolarmente difficile dal punto di vista personale. Verso la fine dell’anno me lo diranno in modo esplicito: prof lei ha saputo essere con noi, noi adesso siamo con lei. Davvero, non è poco.

Alla fine di quell’anno così sono decisa a rimanere con loro; ma a settembre tutto cambia. Arrivo alle convocazioni senza nessuna certezza, anzi la confusione è totale – medie o superiori? – vecchio liceo artistico o scuola completamente nuova? Non capisco come mai, ma vivo la scelta in modo molto pesante, forse perché mi viene anticipato che quest’anno in effetti la scelta ci sarà, i posti saranno tanti, quindi non posso lasciare al caso, devo decidere io. E se sbaglio?

È giusto abbandonare i miei piccoli alieni?

La confusione è totale: non sono così abile nel calcolare punteggi e nel ritrovare la mia posizione in graduatoria… francamente non ci capisco assolutamente niente. Il dirigente alla fine mi chiama; prendo fiato e quando mi viene chiesto quanti punti ho non so proprio cosa rispondere. Mi prendo una piccola pausa e faccio scorrere le graduatorie, un sindacalista mi affianca divertito del mio spaesamento e mi aiuta a ritrovare le mie stesse tracce. Nel giro di pochi minuti mi porta in un mondo dove la praticità domina, se voglio almeno in parte gestire qualcosa del mio futuro, a partire dalla scelta che a questo punto devo fare, medie o superiori.

Quando arriva il mio turno decido tutto d’un fiato nel giro di pochi secondi che mi sembrano eterni – cattedra completa, superiori, liceo scientifico-musicale-sportivo. Ciao piccoli alieni, in bocca al lupo.

Arrivata a scuola, sento l’ambiente meno caloroso del mio vecchio adorato liceo artistico; più caotico, meno accogliente, decisamente meno bello l’edificio. Non ci sono pareti affrescate dai ragazzi, non ci sono quadri, però è pieno di luce, le vetrate sono da ogni parte. La cosa divertente è che mi ritrovo in classe due dei miei ex piccoli alieni… sono capitati proprio qui, in una delle mie prime e mi salutano con slancio. Forse felici che il loro mondo di bambini un po’ si ramifichi oltre le medie, e forse anche un po’ perplessi.

 

In generale non ci sono sfide educative complicate… ci sono ragazzi che studiano, chi più chi meno, certo, ma studiano, con motivazioni più o meno vere più o meno profonde, ma ragazzi impostati in modo decisamente adeguato al loro percorso scolastico.

Ho davanti un mondo di potenziali eccellenze, classi che brillano per interesse alle materie di studio, per capacità di concentrazione, per profondità di riflessione e disponibilità al confronto. Sono ragazzi tutti differenti tra loro, ma la loro disponibilità umana mi colpisce. Il primo passo di fronte a questo scenario da parte mia è capire fino a che punto si spinge la loro eccellenza: è pedissequa bravura, abilità che maschera sotto una veste brillante un sostanziale conformismo, o sono davvero capaci di andare oltre, di slanci umani e culturali di grande respiro?

Entro nella quarta che mi è stata assegnata e decido che per sciogliere il mistero devo reinterpretare i programmi ufficiali. Mi presento in classe con il mio libro di Lewis Carroll sulle avventure di Alice; è un corso che ho tenuto per anni in università, per fare ragionare schiere di neolaureati e aspiranti docenti sulle strutture della conoscenza e mi pare sia il testo migliore per vedere se mi seguono, se riescono a fare il salto, da un sapere contenutisticamente appreso a un sapere ragionato, rielaborato, gettato per aria e rimesso in movimento insieme. Stanno al gioco. Qualcuno in un modo straordinario.

Allora rientro nel programma con l’Orlando furioso; ma mi ostino a non seguire il manuale, presento ampi quadri di contestualizzazione storico culturale e un po’ gioco, per così dire, con i testi. Mi seguono anche qui. Faccio percorsi trasversali. Continuano ad essere con me. Presento letture interpretative differenti perché comincino subito a comprendere che leggere significa mettersi in gioco, attivare veramente la propria capacità di rielaborazione personale.

Introduco quasi subito la mia regola quando insegno italiano, questa valida in ogni classe: un libro al mese come lettura a casa. In questa classe però decido che non verrà preparata una scheda libro ma una discussione in classe.

Il primo libro proposto sono I sei personaggi di Pirandello. Il giorno previsto per la discussione arrivo in aula e loro si sono già disposti di propria iniziativa con tutti i banchi a cerchio; raccolti da una parte si sono messi i tre che avevamo scelto come moderatori e la discussione inizia. Timidamente, con garbo estremo, ma senza lasciare spazio al silenzio, il loro scambio di idee continua tutta l’ora; partecipa più della metà della classe, forse circa tre quarti. Io siedo in un angolo e osservo. Ne viene fuori una suggestiva interpretazione che i moderatori poi raccoglieranno in un breve resoconto ragionato alla classe con tanto di schema alla lavagna. A partire da quello schema faccio poi fare un breve tema argomentativo a sostegno di un’idea che ognuno di loro eleggerà come centrale.

Mi stupisce e mi colpisce favorevolmente il fatto che non ho davanti una classe super-disciplinata, ma una classe dove un certo brusio di fondo si sente in modo abbastanza continuo. Tendo a lasciare un’atmosfera tranquilla e spesso lascio correre, ma a volte chiedo ‘di cosa state parlando’ e mi rendo conto che stanno calorosamente discutendo su un punto di quelli che stavo spiegando. È come se la relazione tra ciò che dico e ciò che viene rielaborato avvenisse in tempo reale; non sono distratti, sono semplicemente e completamente dentro, a modo loro.

Non ho bisogno di usare ciò che non sopporto, la LIM, PPT o ausili elettronici di vario tipo. Semplicemente parlo, tenendo lezioni frontali che sono sempre fortemente partecipate.

Una classe così ti chiede tanto e ti restituisce tanto. Anche dal punto di vista pratico: valanghe di temi da correggere, perché è necessario che scrivano ed è altrettanto necessario che abbiano poi un riscontro. Quando si presenta la possibilità di partecipare a un ‘progetto’, decido di accettare, forse anche perché è un progetto a breve termine, nel giro di un mese circa va impostato e preparato. Si tratta della partecipazione alla presentazione di un libro particolare, un suggestivo libro scritto in forma di dialogo che gioca e ragiona sul senso della storia e della vita facendo parlare tra loro grandi personaggi del passato. So che questo richiederà da parte mia la pressoché totale sospensione del programma per un mese. Tutto considerato credo che ne valga la pena. Ma come organizzarlo? E perché? Il perché mi sembra ovvio, perché far incontrare questa classe con il pensiero di uno storico che ho sempre stimato non può che essere per loro un valore e un’opportunità.

Ma come? All’inizio pensavo semplicemente di far recitare loro i dialoghi. Poi, osservandoli mentre discutevano tra loro sulle varie tematiche, mi è venuta l’idea del dialogo sul dialogo. Un contesto surreale, che però mi pareva rispondere al meglio alla struttura del libro, il dialogo come struttura stessa del conoscere, e alle opportunità educative per i ragazzi, confrontarsi con me, tra loro e con il libro proposto attivando un loro originale percorso di decostruzione e ricostruzione di conoscenza.

Ho cercato temi su cui stavamo lavorando; la parola, come struttura, contenuto e valore; la scienza che diviene valore umano; la conoscenza che permette all’uomo di evolvere verso se stesso; la cultura che diviene strutturalmente portatrice di pace, in quanto capace di creare la possibilità di un dialogo profondo.

Ho lasciato che si dividessero in quattro gruppi in modo spontaneo; poi ho assegnato delle parti del libro incentrate su uno di questi temi e loro hanno letto, si sono confrontati e hanno scritto dei dialoghi sul dialogo. Ne sono usciti lavoro densi di suggestioni, intensi, originali e capaci di confrontarsi in modo autentico con un testo così concettualmente complesso.

Alla presentazione arrivano emozionatissimi, ma pienamente felici, partecipi e presi dal loro ruolo di attori di se stessi in qualche modo. E il tutto funziona benissimo!

Dopo il progetto, lo spaesamento è forte. Lo sento, lo percepisco subito, specie in qualcuno. Chi per qualche motivo è da subito più dentro a ciò che sto proponendo si sente per certi aspetti un po’ svuotato, o forse non del tutto soddisfatto di dover ora rientrare alla normale routine scolastica.

E lo capisco, è difficile anche per me.

È difficile conciliare la scuola che c’è, la scuola di oggi così strutturata, con la tensione verso la conoscenza, con quel viaggio speciale che si ha voglia di fare; le ansie possono venire per tanti motivi, a partire dal voto, con l’ansia dei crediti, siamo in quarta e la maturità appare a tratti come burocratica meta che va tenuta in considerazione; la conseguente, eccessiva paura delle interrogazioni con tutta l’ansia di non essere mai pronti abbastanza; i programmi così intensi il cui apprendimento sembra quasi essere l’unico scopo di tutto questo percorso; il giudizio dei docenti che alla fine sembra concretizzarsi solo in un numero che non vuole essere un giudizio sulle persone ma che inevitabilmente dà valore o umilia a seconda del caso.

Per il primo quadrimestre mi rendo conto che ho un ottimo strumento per disfarmi di quell’ansia; sul registro valuto con un 10 ognuno di loro per la partecipazione e la resa nel progetto. Quel 10 regala voti fantastici alla fine del primo periodo scolastico e loro me ne sono infinitamente grati.

Ripartiamo un po’ più tranquilli, ma per le anime più inquiete e indaffarate nel loro percorso di crescita e di conoscenza non basta. “Prof non mi interessa il voto, io non voglio sentirmi le ali tarpate, voglio seguire le mie passioni, non voglio essere sempre giudicato per quello che penso”.

Come hanno ragione per certi aspetti, a come tutto questo è lontano, oggi più che mai, dallo spirito di una ‘vera’ scuola! Cerco di capire allora le loro passioni, i loro interessi e li inseguo, a dispetto del programma scolastico: decido così che, se lo vorranno, potranno entrare in aula, attraverso le loro parole, cantautori, registi, musicisti e libri che vivono nel loro repertorio di vita quotidiana, ma che i programmi scolastici hanno dimenticato. Loro saranno i prof per condividere il loro mondo con me e i compagni. Qualcuno accoglie la sfida con entusiasmo.

L’avventura è appena iniziata, prof per un giorno sulle loro materie, le loro aspettative sono altissime! Incrocio le dita e vado avanti.

Si naviga a vista, con un’idea in mente, nella scuola e quello che mi pare di dover tenere alto è l’obiettivo di arrivare al dialogo. È per questo motivo che non accolgo la partecipazione alle gare di debate, ottimo strumento, ma di fatto arido esercizio retorico. Qui la posta in gioco è molto più alta, perché questi ragazzi mettono se stessi in queste discussioni e la sfida che si sta profilando è quasi un sogno – trovare un’autentica possibilità di comprendere se stessi e l’altro usando la parola, non come tecnica, ma come strumento inscindibile dalla costruzione di un valore sincero.

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