Diario di scuola (V)

Alessandra Avanzini

 

E il carrozzone prende la via

Facce truccate di malinconia

Tempo per piangere no, non ce n’è

Tutto continua anche

Senza di te

Renato Zero, Il carrozzone

 

 

 

 

Il carrozzone si muove da sé

 

A volte penso alla scuola come a un carrozzone che raccoglie un po’ di tutto: raccoglie persone che hanno sempre creduto che insegnare sarebbe stata la loro vita, il loro desiderio, e lo fanno con intelligenza e passione; poi raccoglie chi, dopo una laurea e scarse prospettive, pensa che tutto sommato, cosa ci vorrà mai ad insegnare, alla fine è uno stipendio sicuro, e si butta in quella direzione, a volte capita che poi ami anche il proprio lavoro, a volte proprio no e trascina se stesso in aule stanche; poi raccoglie chi pensa che sia una specie di lavoro part-time (quante ferie! Solo la mattina a scuola… tranne qualche pomeriggio…) e permetta quindi di dedicarsi ad altro (famiglia, lavoro extra, un ruolo sociale da svolgere, magari per appartenenza ad una famiglia di un certo livello, ma senza rinunciare a un minimo di impegno e riconoscimento, alla fine un’etichetta di prof. fa sempre comodo… ) – questi ultimi, di solito, prendono di mira le scuole medie, che sono un po’ la disgrazia della scuola italiana, né carne né pesce per così dire, destinate a far confluire su di sé l’idea di una sorta di età di mezzo senza grande importanza, giusto il tempo di tenere i ragazzi un altro po’ a scuola nell’attesa di “smistarli”. E la scuola raccoglie infine anche chi un po’ assomiglia a me, a quello che mi è capitato; ma anche tra quelli come me, che hanno creduto nella ricerca e nello studio e poi non hanno potuto dedicarvisi a tempo pieno, vi sono delle differenze. Sì, perché c’è chi ha deciso che la scuola rimarrà la seconda triste scelta rispetto a una sconfitta, e lo vivrà magari anche con diligenza e impegno, però sempre nell’idea che quel lavoro non è quello che avrebbe giustamente meritato. Un po’ forse all’inizio l’ho vissuto così anche io. Ma dopo un paio di mesi sono andata ad una conferenza di storia, per caso, ad ascoltare un docente, che, come me, insegna, ma, come me, avrebbe voluto continuare ad essere ricercatore dentro l’università, ma, come me, per varie ragioni non ha potuto farlo. Alla fine della conferenza, molto bella, devo dire, a questo professore si è avvicinata una docente di una scuola della città e gli ha fatto questa domanda: “Ma come mai insegni nella scuola? Sei proprio sciupato lì”.

Io ho sentito come un moto di ribellione in me, ho visualizzato tutti i miei ragazzi di allora, ho sentito l’ingiustizia che stavano potenzialmente subendo, avere un docente che riteneva che essere il loro insegnante, il loro maestro fosse cosa di scarso valore, un lavoro che ne svalutava l’altezza intellettuale e la professionalità, nonché le aspettative e le più che legittime aspirazioni.

E mi sono fermata un attimo a guardare me stessa, per capire la motivazione che stava muovendo i miei passi dentro la mia prima scuola. Alla fine, ho fatto alcune semplici considerazioni: mi piaceva andare a scuola, incontrare i ragazzi, studiare per essere sempre all’altezza del mio compito e per assecondare la mia e la loro curiosità; non solo, ho realizzato che alla fine insegnare è anche in tanta parte studiare. E devi fare al sapere domande precise; il sapere che hai tra le mani e che condividi, in piccola parte, certo, ma immediatamente deve avere un valore e un senso, deve essere autentico altrimenti i ragazzi ti guardano con sospetto e indifferenza e non saranno mai coinvolti, non verranno mai trascinati ad essere studenti, a scoprire il “loro” lavoro.

Ho realizzato che non lo stavo facendo per frustrazione, ma che al contrario mi piaceva veramente e mi dava un’opportunità in più – ero libera. Libera di leggere, interpretare, scrivere e studiare a modo mio. Libera di ragionare con i ragazzi portandoli dentro ai miei interrogativi, ai miei quesiti e scoprire che parlarne con loro può aprire nuove porte; il loro sguardo non è condizionato dal canone, mettiamola così; è aggrappato e deviato da un mondo che li trascina, ma questo mondo trascina tutti in talmente tante direzioni che le differenze da studente a studente sono talvolta anche davvero profonde.

 

Nel mio caso specifico poi io avevo riflettuto tanti anni proprio sulla pedagogia, muovendomi tra storia, filosofia e idee pedagogiche, e in qualche modo mi sono sentita subito come calata dentro a una specie di strano laboratorio; un laboratorio anomalo perché non aveva avuto l’opportunità di essere preparato, come dovrebbe accadere in vista dell’esperimento; un laboratorio più vicino a quello antropologico, che trasforma direttamente l’incontro tra il proprio sguardo e l’altro in un esperimento in itinere, tu, dentro al mondo che osservi. O forse, ancora di più, assomigliava a un laboratorio in disuso, come entrare in una vecchia stanza senza più una precisa funzione, dentro cui confusamente e senza chiaro scopo si trovavano oggetti e tracce di questa funzione (lavagna, mappe alle pareti, banchi, computer a voler dare invano un senso di nuovo o di moderno…). E non c’era modo di ridargli la sua funzione, perché ogni volta che mi sembrava di aver preparato tutto per poter lavorare, osservare, costruire veramente osservazione e conoscenza e relazione, venivo mandata in un altro laboratorio; così anche quest’anno. Anzi in un altro ex-laboratorio. E tutto allora ricomincia da capo.

Però mi chiedo, nel mio sguardo c’è lo sforzo di dare un ordine e costruire la relazione educativa alla luce di idee su cui ho riflettuto, pensato, scritto per tanti anni; ma chi invece ha scritto lavorato in università ma in un settore totalmente differente, che niente ha a che spartire con la riflessione pedagogica, cosa porta nella scuola? Il suo sapere? Altamente specializzato?

Il problema è che un sapere per entrare nella scuola, per incontrare i ragazzi deve essere filtrato da uno sguardo che lo proponga facendone vedere e incontrare per così dire la struttura. Lasciando che i ragazzi possano entrarvi dentro non come burattini ubbidienti, ma come soggetti capaci di pensare dubitare mettere in discussione ogni parola che venga loro offerta.

Quello che Comenio chiamava pansofia. Costruire questa “pansofia”, però, dare vita a questo tipo di sapere richiede una riflessione complessa prima e oltre la scuola, richiede persone in grado di mettere in gioco se stesse e le proprie conoscenze, richiede di fare incontrare un sapere specifico con il suo senso, il suo valore, la sua portata umana. Solo un sapere che abbia fatto questo lavoro su se stesso dovrebbe poter entrare nella scuola; solo un docente che abbia fatto questa riflessione su se stesso dovrebbe poter entrare nella scuola.

Nel mio caso, l’ho fatta. Quali saperi ho fatto incontrare? Sono partita dalla musica, quindi ho trovato un suo naturale ampliamento che è l’idea di narratività e quindi sono arrivata alla letteratura. Storia e filosofia sono saperi strutturali che, per come la vedo, devono rimanere conoscenze sottese, ad arricchire lo sguardo e la riflessione.

Ma la maggior parte di coloro che incontro e che sono bravissimi e preparatissimi, non hanno mai fatto questo tipo di lavoro. Perché non è richiesto da nessuno, perché nella scuola entra chiunque.

E anche per questo valutarci è difficilissimo.

 

Divide et impera

 

E sembra quasi più semplice tirarsi fuori dal doverlo fare e pescare un po’ a caso, cercando di tamponare le varie pressioni: e allora ecco che, in questa valutazione del docente, il servizio prestato a scuola conta tantissimo; ma ora per accontentare i frustrati dell’università, che cominciano ad essere tanti, si sono inseriti anche dottorato, abilitazione scientifica nazionale, assegni di ricerca… un po’ di titoli qua e là, e si decide che un valore ce l’hanno; nell’ultima graduatoria sono stati equiparati a un anno di servizio. Non è chiaro il criterio, ma forse a occhio è sembrato che potesse fare una sua figura. Poi sono stati aggiunti un po’ di titoli, che sembrano stati sorteggiati casualmente, ma che hanno permesso a qualcuno di accumularne un po’; e se poi questi hanno azzeccato, per motivi vari, la via giusta, sono riusciti anche a compensare una sostanziale carenza di servizio.

Facendo notevolmente irritare chi invece ha seguito la strada dell’insegnamento, credendoci magari anche da sempre, e accumulando punti nell’accettare le più varie e scomode supplenze e che si sono visti raggiungere, o superare, da persone che, dal loro punto di vista, sono intrusi. E dal loro punto di vista hanno anche ragione.

Alla fine, questo Ministero ha dato questa possibilità, inserirsi nelle graduatorie e insegnare senza particolari percorsi di specializzazione; e come mai ora, a posteriori, una qualche forma di specializzazione, per altro nemmeno specifica, può arrivare a giustificare un sorpasso di questo tipo? Un’ingiustizia subita.

D’altra parte, è così che si vince e si tiene saldo il controllo della situazione, alimentando la guerra tra poveri, impedendo che fra questi si crei una forma di aggregazione e un obiettivo comune.

Recentemente, dopo il disastro della scuola a distanza, si è sentita con urgenza la necessità di dover reclutare i docenti; e di reclutarli subito, perché la scuola, già in forte difficoltà, non può reggersi sui supplenti. È partita così l’urgenza dei concorsi. E di stabilire nuovi punteggi. E tutto all’insegna della fretta, del pressapochismo, del senso profondo di ingiustizia comunicato e sentito a livello diffuso.

Non si è cercato di fare le cose con ordine; si è mescolato tutto, precari e nuove leve, un nuovo gigantesco e confuso carrozzone è stato messo in moto. Con tutta la fatica e l’assurdo che porta con sé.

Non si sono di fatto diversificati i concorsi, se non a parole si è detto che per i precari con più di 36 mesi di servizio si sarebbe fatto una sorta di concorso riservato, “straordinario”, è stato chiamato. Ma di questo concorso si sa piuttosto poco; le modalità sono confuse, dopo la timida protesta dei sindacati è stata parzialmente tolta l’assurdità dei test a crocette ed è stato introdotto una nuova altrettanto assurda modalità a risposte aperte, che però non sono state né definite né chiarite. Non solo; questo concorso verrà fatto partire a scuola iniziata, durante l’anno, mentre i docenti sono, siamo impegnati con classi che hanno tanto bisogno di noi, ancora di più ora, con ragazzi straniati e poco al pezzo dopo sei mesi a distanza. Questo ci costringerà a scegliere: fare bene il concorso o fare bene il docente. Le due cose insieme non si possono fare.

Mentre il concorso ordinario, che normalmente sarebbe per i neolaureati, quello sì sarebbe potuto essere svolto durante l’anno, in quanto l’idea sarebbe che i giovani ancora si preparano ad insegnare, quindi hanno tempo ed energie per preparare un concorso.

La modalità corretta del concorso straordinario sarebbe stata una selezione per titoli (certo, ma quali titoli? Su questo il caos e la totale incapacità di decidere e scegliere) ed esame orale a fine anno: questo avrebbe lasciato ai docenti la possibilità di essere quello che da anni il Ministero chiede e permette loro, di essere i docenti che sanno essere. E di dimostrarlo, in una lezione orale a fine anno scolastico. Che non disturbasse il loro lavoro e che non togliesse ai ragazzi il loro potenziale maestro, la loro potenziale guida.

Non si può essere maestri di nessuno, al costo del sacrificio di sé.

 

Insegnanti senza valore

 

So che questo Diario di scuola è anomalo e non parla di ragazzi, non parla di quotidianità dentro la scuola. Ma parla di me, parla di noi docenti e della situazione insostenibile che stiamo vivendo.

 

Parlo per me, che, da docente precaria, ho svolto lo scorso anno scolastico insegnando a distanza fin dall’inizio, ho perso il senso del tempo e dell’orario lavorativo, ho impegnato energie oltre quello che avrei dovuto perché ho sentito l’urgenza di essere guida di ragazzi in un momento delicato e terribile, dal punto di vista emotivo. Ragazzi di 14-18 anni che si sono trovati improvvisamente chiusi in casa, isolati dai loro amici o potenziali amici, con la prospettiva della vita che si chiude dentro le mura domestiche… è uno scenario da incubo per dei giovani e qualcosa di così grave che solo un docente incosciente e scellerato poteva non considerare.

E il lavoro che ho svolto è perfettamente tracciabile.

Ma il lavoro che ho svolto non è stato valutato. D’altra parte, non era mio obbligo, l’ho fatto perché mi sono sentita di doverlo fare.

Le regole sono queste.

Anzi, io ingenuamente speravo di poter riprendere i miei ragazzi a settembre, credevo che, con la stessa rigidità e determinazione con cui le scuole sono state chiuse, sarebbe stata data la possibilità ai docenti di riprendere ragazzi lasciati in un percorso a metà. Perché la DAD non è scuola, e niente può farla passare per tale.

E invece non è cambiato niente. Sono dovuta riandare alle convocazioni, cambiare scuola, lasciare i miei ragazzi e cercare di nuovo un incontro in un assurdo e faticosissimo sistema misto, metà in presenza e metà a distanza, con la fatica di una connessione che c’è e non c’è, e di spazi inadeguati. E non per colpa di chi dentro le scuole lavora.

E ora mi viene imposto di fare un concorso mentre sto facendo questa immane fatica di gestire questa didattica mista e conoscere ragazzi che non ho mai conosciuto. E coordinare una classe, una prima, di visi spaesati e anche un po’ arroganti, l’arroganza di chi cerca di darsi un tono e far vedere che ce la può fare. Ma si vede che ha paura.

Mi sono sentita non rispettata per il lavoro che svolgo, per come sogno di svolgerlo e per quello che mi piace fare ogni giorno per essere quello che voglio e devo essere, semplicemente un docente. Magari per qualcuno anche maestro e guida, chissà.

Ma quest’anno non credo potrò esserlo, maestro e guida, perché mi sento pressata e stanca a poco più di una settimana, perché l’obiettivo che ho davanti è vincere un concorso che mi permetterà di fare quello che sto già facendo. E perché so che se non lo vincerò continuerò comunque a fare quello che sto facendo nello stesso modo.

E probabilmente anche se lo vincerò.

Insegnante frustrata?

Sì, in questo periodo sì, ma solo per il fatto di sentire che il lavoro che svolgo non viene tenuto in nessuna considerazione, in nessun rispetto da chi questo lavoro mi chiede regolarmente di fare.

E come possono tenerlo in considerazione i ragazzi, i genitori, se l’immagine che viene data di noi è ogni giorno, con ostinata costanza, sgretolata sotto il peso di parole vuote? Come il fatto che non abbiamo il titolo per insegnare, ma lo facciamo, e dobbiamo fare un concorso, assurdo, che ci metta in regola, come se stessimo facendo tutto di nascosto e non ufficialmente; un concorso che non contiene alcuna finalità di valutazione educativa rispetto al nostro essere docenti, e per giunta in servizio, ma che ci viene imposto solo per il fatto di farci prendere una sorta di certificazione, come una macchina arrugginita che deve essere aggiornata in vista del prossimo, formale, controllo qualità.

 

“I ca’n’t believe that!” said Alice.

“Ca’n’t you?.. Try again: draw a long breath, and shut your eyes”.

Alice laughed. “There no use in trying”, she said

 “one ca’n’t believe in impossible things”.

“I daresay you haven’t had much practice…

when I was your age, I always did it for half an hour a day.

Why, sometimes I’ve believed six impossible things before breakfast”

Lewis Carroll, Through the looking-glass

 

L’insegnante regala sogni

 

Ma per fortuna ci sono loro, i ragazzi. Che vanno a scuola sbuffando, malvolentieri, però adesso un po’ meno perché sono stanchi di stare in casa dopo tanti mesi. E poi un educatore, mi ha insegnato un vero maestro, non può mai essere negativo, non può mai essere pessimista. Un educatore regala speranza. Forse, a pensarci bene, è proprio questo il mestiere del docente, regalare speranza, anche quando lui stesso non riesce più a crederci. Eppure, non è così. Perché guarda quei ragazzi, i loro volti pieni di mille emozioni, rabbia, arroganza, desiderio, sogno, gentilezza, paura e voglia di un futuro, tutto mescolato insieme, e capisce che a quei ragazzi lui, dentro la scuola, deve regalare questo, un sogno. Il sogno di poter vivere la propria vita e di poterlo fare da protagonisti, di saper accettare se stessi per quello che si è aspirando a quello che si vorrebbe, di vivere giorno per giorno senza dimenticare che un futuro comunque c’è, e che la vita è lunga, anche se sembra un attimo, e che gli altri esistono, e hanno bisogno di noi. Non siamo soli, ma condividiamo un po’ tutti la voglia di esserci e di esserci insieme. Ma anche un po’ da soli, per ascoltarci e darci un po’ ragione. Assecondarci.

Ecco cosa deve fare il docente, prima di tutto, regalare sogni, come un folletto dispettoso, che un po’ dà fastidio, un po’ incuriosisce, e intanto ti fa vedere che la realtà si dilata fino a contenere la fantasia. Che è altrettanto vera. E forse anche un po’ di più.

I nostri problemi, la nostra tristezza o anche la nostra giustissima frustrazione, tutto questo non motiva e non può giustificare la perdita di quello che è il nostro ruolo e la ragione del nostro esserci, regalare questa speranza. Se non lo facciamo più, è bene perdere tutti i concorsi e non ripresentarsi nemmeno più alle convocazioni perché non sappiamo fare il nostro lavoro. Che non è fatto di date, fatti, competenze, abilità tecnica. Anzi magari ci dimentichiamo qualche fatto e anche le parole di una poesia o il nome di un illustre letterato o addirittura infiliamo qua e là qualche anacoluto (anche se lo giustifichiamo come figura retorica volutamente cercata)… ma non possiamo mai dimenticarci il senso profondo di quello che facciamo a scuola: costruire il contesto perché sia un luogo sereno, perché i ragazzi ogni mattina abbiano voglia di tornarci, un luogo in cui dare vita ad una relazione educativa, ciò che mette in comune quello che abbiamo in comune con i ragazzi, la nostra umanità. Se il sapere riesce a permetterci questo, vuol dire che abbiamo saputo farne uno strumento educativo e ne abbiamo compreso il senso profondo, l’utilità per l’uomo; e sapremo allora anche regalarlo ai ragazzi come un dono prezioso. Se non ci riesce è ornamento inutile, e sarebbe meglio dimenticare tutto.

Dobbiamo insomma far passare l’idea che è bello, e anche giusto, perdersi ad assaporare semplicemente ciò che si desidera, perdendo di vista ogni tanto gli ordini che ci vengono dati per inseguire un sogno; che non c’è niente di male ad essere incerti e pieni di dubbi; che anzi alla fine scegliere con rigida ottusità significa solo perdere di vista la dilatazione che l’immaginazione può offrire al reale; e infine che lo studio e la conoscenza hanno un primo fondamentale scopo, permetterci di divertirci e di stare bene

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