Dresscode: ma davvero?
Alessandra Avanzini
Dopo il divieto degli smartphone, ecco che nell’aria si respira il desiderio (nelle alte sfere) di un nuovo divieto, quello legato a come ci si deve vestire, pettinare, truccare, insomma quello legato al cosiddetto dresscode.
Mi sembra di vedere una scuola che si aggrappa a tutto ciò che non è scuola e che anzi cerca nel divieto l’ultimo gancio cui appendersi per dire, esisto ancora.
Non è nei ‘don’t’ che si esprime il senso e il valore educativo di una scuola, peraltro basterebbe veramente una media preparazione culturale per sapere che laddove vi è un divieto il desiderio di infrangerlo stuzzica tantissimo la maggior parte dei giovani e non solo.
Non voglio ora tediare i lettori con il senso educativo profondo dell’incontro, della relazione che si svolge tra le pareti di un edificio scolastico, ma solo fare qualche domanda –
In cosa una ragazzina con jeans attillati e maglietta corta, o scollata, o capelli colorati, o unghie lunghe disturba la lezione?
E i ragazzi? Come mai questo dresscode riguarda solo ed esclusivamente le ragazze? Perché distraggono (ho letto anche questo nelle parole che girano in questa aria strana)?
Distraggono chi? Spero davvero non i docenti, altrimenti che professionalità avremmo!
I compagni? Quelli vestiti con i pantaloni che cadono ben sotto il bordo delle mutande, che a volte glielo devi proprio dire di tirarseli su i jeans, perché sembrano lì lì per cadere e, in una visione forse antica del mondo, mi viene da pensare ‘poverini che imbarazzo se succede’.
Possiamo lasciarli vestire come si vogliono questi ragazzi, che se per loro fa parte di una costruzione identitaria, di un essere nel mondo che mettono alla prova, a noi cosa ci cambia? Dove ci disturbano, se in classe stanno attenti, partecipano, scrivono alla lavagna con unghie lunghe affilate coloratissime? (a volte molto utili se cadono delle monetine nelle fessure)
Se la lezione funziona, tra questi studenti tutti differenti e differentemente dressed, come mai dovrebbe essere un problema?
Non è come andare a un matrimonio per fortuna (ho letto anche questo nelle parole in questa aria strana), se la scuola avesse il rigido formalismo di un matrimonio non potremmo mai costruire niente, avremmo perso i ragazzi dal primo giorno.
Anche se… purtroppo temo sia proprio li che quest’aria vuole arrivare, al rispetto della forma, al vuoto di intenzioni ma pieno di apparenza – a un mondo che non ha valori ma finge di averli,
Preferisco la mia studentessa coi capelli viola e i pantaloncini corti a uno strano essere formale in tailleur accollato che mi ripete a memoria la lezione ma non ha capito nemmeno che mettersi in gioco significa esserci, con il cuore e con la testa, portare se stessi dentro al sapere e buttarlo tutto all’aria – con la complicità di un docente sinceramente coinvolto a questo scambio culturale. Che magari ci potrebbe portare – chissà- alla costruzione di valori nuovi, sinceri, piccolo seme di un mondo felice.
